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Il tango della vecchia guardia

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Titolo: Il tango della vecchia guardia
Autore: Arturo Perez-Reverte
Editore: Rizzoli
Anno: 2013
Pagine: 490, Rilegato
Collana: Scala Stranieri
Prezzo: € 18
Traduttore: B. Arpaia
ISBN: 978-8817066136








«Gli scacchi sono questo. L’arte della menzogna, dell’assassinio e della guerra». Arturo Pérez-Reverte fa dire questa enormità alla protagonista femminile del romanzo a pagina 338, quando ormai il lettore è impegnato da parecchio con il libro e non è che possa gettarlo impunemente fuori dalla finestra. Poi mancano ancora 152 pagine alla fine... un sacrificio non enorme, alla luce di quello già fatto, per cui quasi ogni lettore dà ancora un po’ di fiducia all’autore e va avanti con la lettura.
Fortunatamente gli scacchi sono una parte minoritaria di questa narrazione, il cui nucleo è la nostalgia per un mondo passato in cui l’Europa era al centro di tutti gli interessi e di tutte le ricchezze, e il resto del mondo le si inchinava davanti. Poi è successo qualcosa (niente di che: la II guerra mondiale, visto che la I non era stata abbastanza convincente) e di fronte all’evidente idiozia di quell’Europa il resto del mondo ha cominciato a guardare altrove. E forse è venuto davvero il tempo di guardare altrove. Da violenza e guerra non si estrae più niente.
Il protagonista della vicenda è Max Costa, nato nel 1902 in un quartiere povero di Buenos Aires da una famiglia di immigrati italiani. Prima di aver compiuto vent'anni si è già arruolato nel Tercio de Extranjeros, ovvero la legione straniera spagnola, e si è già congedato schifato dalla violenza colonialista in Marocco. È un giovane «di talento», come dicevano in quei tempi di personaggi alla Arsenio Lupin, e diventa ballerino professionista di balli da camera per potersi inserire nella società che conta.
Nel 1928, su un transatlantico in viaggio verso l’Argentina, incontra Mecha Inzunza, moglie di Armando De Troeye. Costui è un musicista famoso, che ha scommesso con Maurice Ravel, autore del Bolero, che comporrà una musica ballabile più intensa della sua e sta andando in Argentina a cercare le origini del tango, quello della Guardia Vecchia di cui si parla nel titolo del romanzo (e che si contrappone a quella brodaglia che viene suonata nei locali parigini). Max, in quanto nato nei bassifondi giusti, diventa facilmente il Virgilio che guida il poeta all’inferno, imbastendo nel frattempo una tresca con la moglie del poeta medesimo. Tresca cinica da parte di entrambi, che sfocia nel furto di una collana di perle da parte di lui e nel recupero di quella collana da parte di lei, pagandola a caro prezzo a un ricettatore di Montevideo.
Max e Mecha si reicontrano per caso a Nizza nel 1937. Lei è vedova e amica della moglie di un miliardario in pesetas, lui è braccato da due agenti dei servizi segreti italiani (che si chiamano Barolo e Tignanello, niente meno...) e da un agente spagnolo, non è chiaro se repubblicano o franchista. Costoro vorrebbero sfruttare le capacità di ladro internazionale di Max per asportare dalla villa del miliardario 3 lettere compromettenti firmate da Galeazzo Ciano. Le manovre delle spie sfociano in un paio di omicidi, le lettere vengono asportate e affidate alle poste francesi... ma a Pérez-Reverte non importa tanto raccontarlo. Preferisce girare incontro alla tresca di Max e Mecha, che continua per un po’ fino a che lui decide di scomparire, stavolta senza rubare la collana di perle. Lei forse si offende forse se ne fa una ragione, sta di fatto che alcuni mesi dopo sposa un diplomatico cileno da cui ha un figlio, Jorge. Ma non è una storia seria, visto che divorziano nel 1945.
Nel 1966 Max è a Sorrento, dove fa l’autista di un miliardario in franchi svizzeri. Anche Max avrebbe potuto diventare miliardario, in franchi francesi: ma si è giocato tutto in un colpo solo alla roulette a Montecarlo, e ha perso. A Sorrento c’è anche Mecha, in qualità di madre di Jorge Keller sfidante del sovietico Sokolov al titolo di campione del mondo di scacchi (e finalmente ci siamo). L’incontro per il titolo è programmato 5 mesi dopo, ma intanto Keller e Sokolov guadagnano soldi con un match sulle 10 partite finanziato da un miliardario in lire. Keller ha 2 allenatori, entrambi nati oltre la cortina di ferro e per questo passibili di ricatto da parte degli agenti sovietici che coadiuvano il proprio campione. Così Mecha si rivolge a Max affinché rubi a Sokolov il suo «libro dei segreti», ossia i taccuini dove i giocatori appuntano le proprie idee più preziose. Max esegue, ma gli agenti del Kgb lo catturano e lo torturano, senza però riuscire a recuperare il malloppo.
Qui finisce l’interesse di Pérez-Reverte per la storia degli scacchi. A lui interessa più mostrare cosa combinano i due amanti, ormai ultrasessantenni. Ne avranno abbastanza, di avventure? Troveranno un buen retiro dove trascorrere insieme gli ultimi anni? Naturalmente no, essendo figli della vecchia Europa. E allora anche l’autore si stufa, e mette qui la parola fine.

In Spagna questo libro è stato in testa alle classifiche di vendita, circostanza abituale per Pérez-Reverte. Anche l’altra ventina di libri che ha scritto (dopo essere stato reporter di guerra, conduttore televisivo e cooptato nella Real Academia Española de la Lengua) è stata regolarmente in testa alle classifiche. E la stessa cosa in altri Paesi, come la Francia, dove questo autore è Cavaliere de l’Ordre des Arts et des Lettres.
Ciò non toglie che, quando parla di scacchi, tende a non centrare per niente l’argomento. Il suo è poco più che senso comune da profano addirittura ostentato per «abbassare» il libro al livello di lettori presunti che di scacchi sanno poco o niente. Poi magari Pérez-Reverte, di suo, è un appassionato del gioco e pure buon giocatore... ma in tutta evidenza ha lasciato certe quisquilie fuori dal libro.
Altrimenti non avrebbe fatto dire a Mecha, madre di uno sfidante al titolo mondiale, l’enormità di pagina 338. Una che ha visto sbocciare una carriera, che ha seguito la crescita agonistica del figlio, che ha visto inevitabilmente (seppur da una posizione collaterale) decine di tornei di scacchi, non può definirli «L’arte della menzogna, dell’assassinio e della guerra».
Menzogna? Ma su una scacchiera non c’è niente di nascosto! Tutte le informazioni sono lì, a disposizione dei giocatori, degli allenatori e del pubblico... sia mentre una partita è in corso sia in ogni momento del futuro in cui qualcuno vi si accosterà. Non è come nei giochi di carte, dove ci sono molti elementi impossibili da cogliere (come le carte coperte nel mazzo, oppure quelle in mano agli avversari) e quindi le strategie di gioco si possono ipotizzare ma non calcolare con certezza. E non è come nei giochi di dadi, dove è addirittura difficile ipotizzare, fino a che il lancio non sia stato effettuato, perché non è possibile sapere niente.
Assassinio? Ma ciò che si verifica su una scacchiera è soltanto la dimostrazione che una statuetta si può catturare! Se fosse un teorema matematico, l’effetto sarebbe lo stesso. Se fosse la realizzazione di una pianificazione aziendale, l’effetto sarebbe lo stesso. Ecc. ecc. ecc. Parlare di assassinio, be', equivale a non avere sufficiente fantasia.
Guerra? Qui siamo oltre la mancanza di fantasia! Affinché io giochi meglio a scacchi, l’avversario mi serve vivo. Anzi, non soltanto vivo: al massimo delle sue capacità. E allo stesso modo gli servo io. Le metafore di soppressione e di aggressione sono, in questa luce, perlomeno inutili. Di più: dannose. Cattiverie che instillano veleno in un sistema che invece fa scaturire bellezza dalla collaborazione e dalla condivisione.

Non che il personaggio di Max, in questo romanzo, faccia qualcosa per rendere più chiare le cose.
La sua posizione iniziale è quella del profano, che si fa spiegare le partite da alcuni amici incontrati in un bar e scelti dopo averli visti gironzolare intorno a una scacchiera nei ritagli di tempo. Da loro impara un po’ di gergo, un po’ di contesto, perfino un po’ di atmosfera. Da queste descrizioni, ottenute di seconda mano da appassionati che stanno ai margini, Max si fa l’idea che davvero gli scacchi siano menzogna e violenza. Le informazioni che raccoglie non gli sono sufficienti per costruirsi una competenza efficace riguardo al gioco, e per quanto riguarda il contorno pensa che gli bastino i pregiudizi maturati in una vita ormai lunga. Dal suo punto di vista, i sovietici sono tutti tetragoni e cattivi, la natura dell’essere umano è debole e falsa e l’unico modo per ottenere le cose è sottrarle ai proprietari perché nessuno le condivide.
Sì, è lo stesso Max Costa che, nelle mani di Pérez-Reverte, un giorno evitò di restare milionario e si giocò tutto alla roulette. Voleva i miliardi, e li voleva subito, come aveva voluto quasi ogni cosa nella sua vita. Dopodiché si trovò un lavoro come autista, senza cambiare modo di ragionare perché ormai, arrivato a una certa età, come è possibile cambiare?
Mah. Forse è possibile cambiare, se le cose non hanno funzionato, proprio perché arrivati a una certa età le cose si sanno... no? («No», risponde Pérez-Reverte). (Ma per lui le cose hanno funzionato e funzionano ancora, in effetti).


Aggiunto: September 4th 2014
Recensore: Guido Tedoldi
Voto:
Letture: 439
Lingua: german

  

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