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GLI SCACCHI, LA FORZA E IL GO








Il GM svedese Tiger Hillarp Person ha da qualche tempo affiancato alla sua attività di giocatore di scacchi, di scrittore e di pubblicista di successo, quella di appassionato sostenitore dell'immenso e ancora misterioso (almeno per una larga fetta dell'occidente) universo del GO. Il 19 maggio scorso, Tiger ha finalmente deciso di raccontarci qualcosa di questa sua nuova avventura ludica postando sul suo blog "Chess at the Bag of Cats" le poche righe che seguono:


“I started out with Go in the beginning of 2011 and, after a
rapid rise to about 9kyu, I’ve been gaining around 4kyu a year since
then. I can really recommend chess players to do this for a number of
reasons. First, if you are too tactically inclined a player, then by
playing Go you will be forced to think about things like ‘structure’ and
‘plans’. Secondly, if you work as a coach, reliving the struggle of
being a beginner at a difficult game (like Chess – or Go) will
definitely improve your understanding of those you are coaching.
Thirdly, there are few things that let you appreciate the ‘nature’ of
what you have learned as a chess player. Learning Go will make it
obvious that you know stuff that transcends the chess board."


Impressionati dal fervore quasi messianico dell'invito rivolto da Tiger a tutti gli scacchisti di buona volontà di concedere una chance al Go (e a se stessi), abbiamo dunque chiesto ad un appassionato trevigliese di entrambe le discipline di aiutarci a fare brevemente il punto sulle differenze culturali e filosofiche che animano questi due giochi meravigliosi. Buona lettura.



GLI SCACCHI, LA FORZA E IL GO

di GO


Sarebbe banale dire che i giochi ci preparano alla vita, meno banale pensare a quanti adulti e quante persone ormai vicine alla tomba continuano a giocare. A cosa si preparano?
Frequentate un circolo di scacchi qualunque e vedrete persone sparire e riapparire. Quando riappaiono le notizie difficilmente sono buone. Uno si è sposato, l'altro è divorziato, un altro ha un figlio che non studia, l'altro ancora è appena stato licenziato. Tutti cercano di riprendere il controllo della propria vita tramite un gioco dove le regole e l'obiettivo sono chiari. È un campo su cui sperimentare l'effetto delle proprie azioni, del proprio pensiero e riacquisire sicurezza nelle proprie capacità.
C'è un mito nel pensiero occidentale che si chiama "forza" e attraverso le tre leggi di Newton parla di come ad ogni forza corrisponda una forza uguale e contraria, come un corpo non sottoposto a una forza permanga nel suo stato e come, quindi, l'unico modo per cambiare le cose è cambiare quelle cose stesse. Questo mito si propaga dal primo uso degli utensili fino a raffinarsi nella tecnologia attuale, nel pensiero illuministico fino ad arrivare alla propaganda del reich statunitense. A dire il vero è difficile pensare a un percorso storico per il concetto di forza tanto è permeata la nostra cultura di questa parola.
Gli Scacchi sono una battaglia dove i pezzi esercitano la propria forza e sono valutati in base alla loro capacità individuale di cambiare la situazione sulla scacchiera. In questo gli scacchi propagano il mito occidentale della forza e forniscono un campo di battaglia mistificato per gli appassionati. La frequentazione di un torneo di scacchi può dare una chiara visione del tipo di psicosi in cui vivono i praticanti di questo gioco.
Gli scacchisti tuttavia sono un caso particolare, che ho voluto prendere data l'occasione di questo articolo, di una psicosi più generalizzata e che trova la sua più chiara forma nel lavoro salariato.
Esiste tuttavia un mito alternativo della forza che si è propagato in oriente. Secondo questo mito la forza non è "forza bruta", non è l'individualità che faceva scrivere a Nietzsche "io sono dinamite", ma è più sottile, più astuta. Trova le sue radici in una visione olistica in cui i pezzi sulla scacchiera, e non è solo una metafora, sono connessi tra loro e l'obiettivo si può raggiungere solo grazie alla loro perfetta armonia. Il raggiungimento dei propri obiettivi sta nel seguire un percorso che è sì personale ma non per questo egotico.
Il gioco che incarna questo secondo mito si chiama Weiqi in Cina, Igo (o Go) in Giappone, Baduk in Korea. I giocatori di Go (con questo nome è comunemente noto in occidente) sono istruiti non solo nelle sue regole e sulla strategia che porta alla vittoria ma anche su come pulire il pavimento di casa, fare il bucato, come studiare e se non vanno bene a scuola sono abbandonati dal loro maestro.
Questo gioco, a differenza degli scacchi, è molto più sviluppato sul lato strategico. Il campo d'azione è più ampio e la forza individuale del pezzo conta poco o nulla se non in relazione ai suoi compagni. Una pietra da sola è debole, mentre un gruppo può essere forte. Difficilmente si assiste a un colpo di scena. Quelli che sono considerati "fuochi d'artificio", l'equivalente di un sacrificio di Donna negli scacchi, sono più difficili da cogliere al novizio e richiedono un'incredibile capacità di analisi e conoscenza del gioco.
Gli Scacchi sono una battaglia, il Go è una guerra.
Anche i praticanti di questo gioco vivono in un mito della forza e non deve ingannare la loro capacità di comportarsi normalmente in un contesto sociale dato che fa parte del loro allenamento. Anche loro vivono quindi in una psicosi la cui generalizzazione più chiara è ancora una volta il lavoro salariato.
Dobbiamo forse concludere che è il concetto di forza stesso a dover essere riconsiderato sotto una luce diversa, quella fenomenologica. Da questa difficile analisi, ne sono sicuro, nascerà un nuovo e interessante gioco.


Treviglio, Giugno 2013








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Pubblicato il: 2013-06-12 (580 letture)

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