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Gli Scacchi di Marco Gerolamo Vida (2)
La Scaccheide



In questa seconda parte de "Gli Scacchi di Marco Gerolamo Vida" presentiamo gli “Scacchia Ludus” nella celebre traduzione firmata da Ascanio Morosini.



“Scacchia Ludus”
di Gerolamo Vida tradotta da Ascanio Morosini

IL GIOCO DEGLI SCACCHI - poemetto

Le gran battaglie io canto, e l’alte imprese
Di due Re che per gioco armati fanno,
Figurando gli assalti, e le difese,
E gli ordin che ne’ campi usati vanno.
Non per odio od invidia han l’armi prese:
Ma sol per laude, e desiderio ch’hanno
Di combatter fra lor con finte schiere,
Per mostrar lor virtù, lor gran sapere.

Seriade Ninfe dite questa guerra,
Di cui mai si cantò, né disse pria;
Ma ben ch’orma o sentier non veggia in terra,
Pur giova andar dove il furor m’invia.
Mostrate dunque voi (se il mio ingegno erra)
Audace forse la secreta via
Voi in questa incolta, e già diserta valle
Facil fate, o mie scorte e aperto il calle.

Per gioco sì bello, e sì gentile
Prima leggiadre Ninfe ritrovaste,
E cantando di lor con vago stile
Giocar prima in Italia n’insegnaste
Però tutto divoto, e tutto umile
Chiamo voi Ninfe graziose e caste
In ricordanza sol di quella bella
Scacchide Ninfa già vostra sorella.

Giove lasciando la celeste corte
A spasso andò fin all’Etìopa sede,
E alli Menonj campi, ove consorte
Dovea la terra aver per sua mercede
Il padre Oceano; e quivi oneste e accorte
Ninfe, ed intorno stan cantando vede
Tutti insieme del Ciel gli allegri Dei
Il dolce amore e i suoi lieti Imenei.

Come ebber del mangiar la voglia estinta
Le superbe e magnifiche vivande,
Che si porti una tavola dipinta
Par che l’Oceano in fra quei Dei comande;
Acciò non stia la mente in ozio avvinta:
Ma quel giorno in piacer tutto si mande,
In cui con bella, e ben ordinat’opra
Sessanta e quattro seggi appajon sopra.

È quadro il legno, e tal che da ogni parte
Otto gradi d’un par fatti contiene,
Che solamente lor l’insegna spante,
Ch’a un nero, e all’altro bianco esser conviene
Così con spazio egual diviso a Marte
Da ciascheduna parte il campo viene
Son varj sempre, e quel, ch’a bianco è messo
N’ha sempre un nero in simil modo appresso.

In guisa stan che la testaggin suole
Sopra il curvato tergo esser ornata,
Allor (volto agli Dei queste parole,
Perchè ciascun maraviglioso guata;
Né si sa immaginar che cosa vuole
L’Asse inferir de’ due color fregiata,
E con grande stupor mirando fisse
Le ciglia in lei tenea tacito) disse:

Or voi vedete alla battaglia aperto
Esser il campo alle fastive schiere;
Ma vi farò veder d’arme coperto
Ciascun menar le man sanguigne e fiere
Sì di valor, sì di consiglio esperto,
Ch’orribil morte può poco temere,
E fedelmente intrepidi, e gagliardi
Guardar al vento i tremuli stendardi.

Questi giocosi armigeri furori
Sotto l’onde seder talvolta piace,
Allor che fermi gli Euri, i Noti, e i Gori
Si gode ’l mar la sua tranquilla pace:
Alle figlie di Nereo, a Glauco, e a Dori,
E a chi altri nel mar dimora face:
Or ecco chi giocar tal pugna intende,
Ch’animoso nel campo armato scende.

Così disse, e versò d’un vaso adorno
In quel legno de i due color trapunto
Con arte egregia lavorati a torno
Uomin simil a noi ridotti appunto
Che potrebbon veder le stesse, e ’l giorno,
Se lo spirto vital gli fosse aggiunto.
Son mezzi neri, e l’altra parte a bianco
Porta coperto il crin, le spalle, e ’l fianco,

Son due d’un par d’ingegno, e forza queste
In numero ambe egual divise schiere
Sei con dieci bianche han la sopraveste,
Altrettante son poi, che l’hanno nere.
Come diversa ciascuna si veste
Così tutte non son d’egual potere
Varie d’arme d’uffizio e nome sono,
Come piacque a chi lor fece tal dono.

Quivi due re di par corrono altieri
Veder potresti l’uno all’altro opposto
A cui davanti agli altri cavalieri
Con l’armi stan le lor consorti accosto,
Chi con archi, chi armato in su i destrieri,
Chi a piedi ha pel suo Re morir disposto.
Nelle torri altri sopra gli Elefanti
Poste si spingon nella pugna innanti.

Già le squadre a pigliar gli alloggiamenti
Venir nel campo in ordinanza veggio.
Piglian primieramente i re possenti
Nella più estrema linea il quarto seggio.
Miransi intorno con lor occhi ardenti
Dove più nuocer l’un potesse peggio.
E nel mezzo a ciascun nel campo avanza
Spesso a combatter con egual distanza.

Primier s’è posto nell’oscura il bianco
Signor, e il nero ha candida la sede,
E ciascuna al suo re vicina, al fianco
Amorevol consorte ha fermo il piede.
Dal destro l’una sta, da lato manco
L’altra contro di lei superba siede.
Nera nel nero, e bianca in bianco stanno,
E qual è il suo color, tal han lo scanno:

Gli stanno appresso due giovani oscuri
Ed all’incontra a lor son altri tanti
Bianchi con archi sì validi e duri,
Che passar puonno il ferro, ed i diamanti.
Questi perch’ a ferir givan sicuri
Di Marte i Greci già chiamarono amanti.
E nel mezzo di queste ardite scorte
Sta il re sublime, e la regal consorte.

Di qua di là con non minor fortezza
Due superbi destrier dietro a costoro
Di seta adorni con molta vaghezza
Portano ambi saltando il Signor loro
In cui risplende tal quella bellezza
Che nelle arme e negli elmi il fregio d’oro.
Aspettando, che il ciel tosto rimbombe
Pe’l rauco suon delle canore trombe.

Quinci, e quindi fermo han nelle più estreme
Parti del campo, i cavalieri il corso
Dentro a due torri, d’alto mar supremo
Per offender da lungi, e dar soccorso
Di rocche a guisa, il cui gran peso preme
Come nell’India agli Elefanti il dorso
Gli ultimi sono otto guerrieri a piede
Che a guardia stan della seconde sede.

Chi di queste al suo re servire è pronto
Parte servon l’armigere donzelle.
Quattro scudier de i Re fan guardia e conto
Ad esse quattro ardite damigelle,
Ch’oppor possin del campo al primo affronto
Innanzi agli altri i brandi e le rotelle,
E primi sien, che con molto furore
Mettin le squadre e gli ordini a romore.

Di qua e di là gli eserciti spartiti
Si sono i campi con diversa insegna:
Pur come proprie se di Galli, o Sciti,
Ovver donde Aquilon gelato regna
Con veste e visi candidi, e puliti
Un campo contro un Mauritano regno,
A cui il torrido Sol fatto abbia il volto
Nero, e nel campo ’l crin crespo ed avvolto.

Il Padre Oceano un’altro volta a tutti
Gli Dei che a rimirar stavan confusi
Disse: il veder due campi or qui ridutti
Poco giova s’io faccio i modi e gli usi
Che son in questa guerra; or siate istrutti
Qual inviolabil legge, e ordin s’usi,
Ch’ognuno osserva: perché senza legge
Questo esercito mio non s’arma o regge.

Sta in arbitrio del re mandar primiero
A cominciar nel campo la tenzone
Chi giudichi esser più destro o leggiero,
Che sol di sotto il proprio gonfalone,
Se primo è ’l bianco a uscir nel campo, il nero
Subito armato incontro gli s’oppone,
Non possa uscir però, né sia a ciascuno
Lecito andar due insieme, o più contro uno.

Ognun s’ingegna, ognun studia ed attende
Chiuder il Re dell’inimico stuolo,
Ognun contro di lui la spada prende
Per farselo prigion per forza, o dolo:
Che se sopra di lui morte aspra scende,
Ossia fatto prigion legato, e solo
Ha fine a un tratto senz’altra difesa
Ogni guerra, ogni rissa, ogni contesa.

E colui che al morir manco perdona
Onor immenso, e maggior gloria acquista;
Di qui vien, che d’intorno il ferro suona
Sopra chi armato incontro gli resista,
Per far che in terra caggia la corona
Dell’inimico re di sangue mista,
O vivo pur nel marzial furore
Prigion trarlo davanti al suo signore.

E però il ferro sanguinoso, e nudo
Ognor di qua di là fa raro il passo;
Né giuoca a colpi fier piastra né scudo,
Ch’or questo or quel non sia di vita casso,
E quanto è più ’l morir, tanto più crudo
Della pugna mortal segue ’l fracasso.
Questi uno uccide, e un poi con più potere
Fa morto in terra il vincitor cadere.

Ma entrar nel luogo subito e costretto
Il vincitor d’onde nimico ha tolto.
E basti se una volta ov’è più stretto
Lo strepito e ’l romor mostro abbia il volto
E se gl’avvien che l’impeto abbia retto
Possa senza rossor tornarne assolto,
Ed in luogo venir sicuro, dove
Con vantaggio maggior mostri sue prove.

A’ pedoni però vietano i patti
Ch’indietro ritornar non si convegna
E’ s’una volta avanti si son tratti
Ciascuno poi ’l volto agl’inimici tegna
Rivolto, che così morti, e disfatti
Mostrin che viltà in lor non può, né regna.
E questo pur non i pedoni solo,
Ma diverso ha il cammin tutto lo stuolo.

Un medesimo andar tutti non hanno,
Né uno stesso ferir nella battaglia.
Ciascun pedon trasmettere uno scanno
Solamente e non più ferendo vaglia;
Ma per fianco a ferir con l’arma vanno,
Gli animosi pedon gl’elmi e la maglia;
E nel primo cammin per dritta via
Il passo duplicar concesso sia.

Or quando un di costor da presso giunge
Atto nell’arme valoroso e franco
Con la spada crudel da canto punge
Con tal poter dal suo nemico il fianco,
Che sì la forza, e sì ’l vigor gl’emunge
Che in terra cade impallidito, e bianco!
E lascia morto alfin vota la sede
Al vincitor, in cui lieto succede.

Due feroci Elefanti intorno intorno
A guisa fan d’alta muraglia schermo
Dal destro l’un, l’un dal sinistro corno
Del campo, che chiuso han le piante a ferro
D’arme soldati, e d’una torre adorno,
E ciascun alla pugna ardito, e fermo,
Per diritto sentier può por le piante
Da destra, e manca man dietro, e davanti

E con occasion sangue e rottura
Scorrer pel campo de’ nemici possa,
E dove passa alcun non s’assicura
Aspettar molto la mortal percossa.
Scudo non val d’acciar né armadura
Fine, che regga a sì ferrigna scossa,
Ma fugge ognun dal suo furor là dove
La turrigena bestia i passi muove.

L’altri, che adopran l’arco, e la saetta
Nascoso no, ma sia ’l ferir palese;
Onde sempre così per indiretta
Linea abbia l’arme, e le lor forze intese.
E perch’a Marte è tal gente diletta
Sommamente però tal cura prese,
Che pel campo ciascun dove gl’aggrada
Per obbliquo sentier scorrendo vada.

S’il bianco, è in bianco, e ’l ner nel ner, non lice
Per altra sede a niun cangiar sua stanza;
Ma quivi o rimaner morto, o felice,
E invitto uscir della sanguigna danza;
Sì che per torta via la punta ultrice
Del mortifero stral va la possanza;
Né altro seggio però mutar o torre
Puote, sa ben ciascun per tutto scorre.

Il feroce destrier l’aurato morso
Spumoso morde, e s’agita, e travaglia,
Raspa la terra impaziente al corso,
Salta di qua di là nella battaglia;
E sempre più leggier che cervo, od orso
Dov’è grande il furor urta e si scaglia,
E gira in alto: sì che con audace
Impeto i salti a mo’ di luna face.

Vuole ogni legge, ogni ordine, ogni bando,
Ch’in un salto passar due scanni deggia,
E più non possa innanzi andare, e quando
Si diparte dal ner, nel bianco seggia.
E così lui del seggio suo cangiando
Vada sempre color, cangiando greggia,
E possa ancor per tutto il campo aperto
Saltar, ma ’l salto sia stabile e certo.

Ma la fedel invitta alta Regina
Della pugna fatai fortezza e albergo
Per torta via le squadre apre e cammina
Crudel di qua di là, da fronte a tergo,
E per via dritta ancor con gran rovina
Ogni elmo rompe, e ogni più fino usbergo.
Né puote a guisa del caval con salto
Curvato, altri passar surgendo in alto.

I passi suoi non han termine, o segno,
Ma corre là dove ’l furor la spinge,
E più per gloria, che per ira, o sdegno,
A torno il brando sanguinoso stringe,
Ma non facci passar però disegno
Se non uccide, o indietro non respinge,
Che vietar vogli il passo, ossia nimico,
O sia compagno, o sia fedel amico.

Dico, se nimico è ch’innanzi gl’erri
A quel con suo poter ratta s’invia,
E d’intorno gli sta fin che l’atterri
O libera gli lasci almen la via,
L’amico, e che per sorte il passo serri,
Ch’ei parta dice oltraggio, e villania:
Perché sopra saltar non può, che quella
Potestà han sol color che stanno in sella.

Questo e quell’altro Re con forze estreme,
E con consiglio il regio brando ruota
Come quel ch’in lui posta esser la speme,
E la salute del suo campo nota;
Onde intorno la turba armata freme
Atta a parar dove il furor percota,
E quinci e quindi andar porgendo aita
Per salvar tutti al suo signor la vita.

Perché cadendo in terra, in un momento
Ognun chi preso, e chi ferito cade.
E però ciaschedun con l’arme intento
L’accerchia là dove ’l bisogno accade.
Onoran quello, e espor non han spavento
Per lui la vita in mezzo a cento spade,
Né lo voglion lasciar fra lor perire,
Ma vincere, o per lui tutti morire.

Stassi il re fermo nella regal tenda,
Non avendo a ferir studio né voglia,
Assai gli è, che se dove ’l colpo scenda
Senza periglio quel ripare, o toglia,
Non già, che quel ch’avanti gli contenda
Da lui partir senza contrasto voglia;
Perciò che il Re da questa parte e quella
Girar la spada può lucente e bella.

Opri in un passo intorno ogni difesa;
Ma più avanti passar non faci stima,
Che dove le minacce aspra contesa
Le costringe mutar la sede prima,
Non può far più che un passo, o senza offesa
Suo colpo mandi, o l’inimico opprima.
Questi costumi e modi, anticamente
Trovati fur, che s’usano al presente.

Or ecco già che le due armate schiere
A gridar arme apparecchiate sono
A spettar sol che cenno alle bandiere
Dia delle trombe, e de’ tamburi il suono
Per far morto, o prigion tosto cadere
L’avversario Signor del Regio trono;
Nel cui impegno saper forza, e virtute
La speme sta del campo, e la salute.

(---) Versi finali

Fece Mercurio gran festa, e con lui
Ogni altro Dio fu d’allegrezza pieno.
D’Apollo si ridean, che per l’altrui
Vittoria ’l volto si teneva in seno.
Giove a Mercurio diè ’l baston, per cui
Possa dal centro su nel ciel sereno
Trar l’alme, e le nocenti al cieco Inferno,
Mandar di Lete al sonno sempiterno.

Poi n’insegnò qua su quel gioco grato
Lo Dio; ma pria l’uso in Italia messe
Poiché (come si dice) avendo amato
Una quanto mai ’l Sol bella vedesse
Ninfa di Serio, mentre in un bel prato
Pasceva i bianchi cigni all’ombre spesse,
Si godé del suo amore: onde ella molto
Si dolse, e si graffiò le treccie, e ’l volto.

Onde lo Dio per remunerar quella
Ninfa, e dar al suo mal qualche ristoro,
Ch’avea del caro onor perduto, ond’ella
Ne dimostrava, e fea sì gran martoro,
Una tavola diede ornata, e bella
A lei variata a gemme, argento, ed oro,
E ’l modo gl’insegnò, tal che per questa
Ninfa l’onor e ’l nome al gioco resta
.

Gioco che tanto è celebrato, e tanto,
Non sol l’inclita Roma in pregio tiene:
Ma ancor l’onora ’l Mondo tutto qnanto
Dalle vicine alle più estreme arene.
Or queste cose ch’io descrivo e canto,
Già mi dettar le serie Ninfe amene,
Mentre ch’io andavo del bel Serio un giorno
Givan cantando alle patrie onde intorno.




Treviglio, Giugno 2011








A cura di Nazario Menato

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Pubblicato il: 2011-06-26 (734 letture)

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