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Gli Scacchi di Marco Gerolamo Vida (1)
La Scaccheide







Marco Gerolamo Vida. Letterato, poeta e vescovo (Cremona 1480 circa – Alba 1566).

Non si conosce con esattezza l'anno della sua nascita ma la si colloca intorno al 1480. La famiglia benché di modeste condizioni economiche, apparteneva alla nobiltà cremonese. Compì i primi studi nella città natale alla scuola dell’ umanista Nicolò Lucari. Su consiglio di quest’ultimo fu poi mandato a Mantova per proseguire gli studi, città in cui era fiorente la scuola fondata nel 1425 dal celebre umanista ed educatore Vittorino da Feltre. Nel 1505 tornò a Cremona, fu ordinato sacerdote e mutò il proprio nome da Marco Antonio in Marco Gerolamo. Si dedicò quindi agli studi di teologia e filosofia e, con l'aiuto del vescovo Marco Antonio Sforza, ottenne alcuni incarichi che gli permisero di dedicarsi alla poesia in lingua latina. Attorno al 1510 si trasferì a Roma dove, nel 1519, Leone X lo nominò priore di San Silvestro presso Frascati. La sua carriera ecclesiastica proseguì fino al conseguimento della mitria vescovile conferitagli da Clemente VII nel 1533 (ma il suo insediamento ad Alba nel Monferrato avvenne soltanto due anni dopo). Partecipò al Concilio di Trento (1545-63), dove fu ospite del cardinale Cristoforo Madruzzo. In seguita a tale partecipazione nel 1562 pubblicò le “Constitutiones Synodales”, un documento in cui riassume gli ideali e i propositi della Controriforma. Nel 1548 difese, davanti al Senato di Milano, la sua Cremona,  in una controversia con Pavia riguardo al diritto di precedenza nelle cerimonie di corte; tale difesa costituisce le “Cremonensium Orationes III” modellate sulle orazioni di Cicerone. Negli ultimi anni della sua vita fu solerte collaboratore di Carlo Borromeo. Scrisse varie opere, tutte in latino, tra le quali la maggiore risulta essere la “Christiade”, in sei libri, sulla vita di Cristo di imitazione virgiliana; un poemetto sui bachi da seta il “De Bombyce” dedicato a Isabella d’Este; una volume in prosa sulla Poetica (Poeticorum libri tres); un trattato di Politica il “De reipublicae dignitate”, in due libri. Vida fu inoltre il primo ad aver cantato, in latino, la disfida di Barletta. Durante la sua permanenza a Roma, Gerolamo Vida aveva iniziato fin dal 1513 la stesura di un poemetto intitolato "Scacchia ludus" pubblicato anonimo nel 1525 sembra a Basilea e solo due anni più tardi nel 1527, in una edizione autorizzata. Si tratta di 658 esametri in latino di ispirazione virgiliana in cui viene descritta una partita a scacchi tra Apollo e Mercurio alla presenza di tutti gli dei dell’Olimpo in occasione delle nozze di Oceano con la Terra. Al vincitore Mercurio viene data in premio la verga magica: il Caduceo. Negli ultimi versi dell’opera si narra che  Mercurio avendo visto la ninfa Scacchide mentre pascolava i cigni sulla sponda erbosa del fiume Serio, se ne invaghì e la sedusse. Per farsi perdonare la violenza le regalò la scacchiera e i pezzi  e le insegnò il gioco che dalla ninfa  prese il nome di Scacchi. Il poemetto ebbe grande diffusione nei secoli successivi e venne tradotto in molte lingue (62 furono le edizioni e 73 le traduzioni). Tra le tante, presentiamo alcuni brani di due versioni: la prima intitolata “La Scaccheide" in endecasillabi sciolti di Carlo Pindemonti letterato veronese, pubblicata a Verona nel 1753, la seconda di Ascanio Morosini, pseudonimo di un traduttore rimasto ignoto, in ottave a rima alternata, stampata col titolo “Il gioco degli scacchi” sempre a Verona nel 1822. Interessante notare tra le due traduzioni, l’evoluzione della lingua italiana nel breve volgere di settant’anni.


“Scacchia Ludus”
di Gerolamo Vida tradotta da Carlo Pindemonti


LA SCACCHEIDE

Di guerra imago a cantar prendo, e pugne
A le vere simìli, e Armati ed arme
Finte di bosso, e gli scherzevol Regni;
Come fra lor per bel desio d’onore
Combattano due Regi un bianco e un negro
Con armi tinte di que’ due colori.
Dite, d’Adige o Ninfe(1), i gran conflitti      (1) nel testo in latino il fiume è il Serio
A i Vati et a le Muse ignoti ancora.
Non v’ha camin: ma pure andar mi giova
10 - Ove l’ardor mi spinge, e via non trita
Io m’affretto a calcar Giovane audace.
Voi m’aprite il sentier, mentr’io deserti
Sassi trascorro, o Dive, e per secrete
Inaccessibil rupi il piede aggiro.
Voi pria tal Gioco rammentar dovete,
Voi ne l’Italo suol prime insegnaste
Cotesti studj, de l’egregia Suora
Scacchide Ninfa monumento illustre.
De gli Etiòpi a le magioni, e a i campi
20 - Del Titonio Mennòne ito se n’era
Giove, de l’Ocean le mense amiche
Non isdegnando, che con sacro nodo
Allor s’univa a la gran Madre antica.
Tutto era seco de’ Celesti il Coro;
E risuonavan di festosi gridi
Tutti del vasto mare i lidi intorno.
Poi che spenta la fame, e che rimosse
Furon le mense, l’Ocean, de’ Numi
Con lieve Gioco a rallegrar le menti,
30 - Il dipinto Scacchier fa che si rechi.
Sessanta e quattro sedi a otto a otto
Son d’ogni parte in ordine disposte,
Tal ch’un quadrato formano perfetto.
I seggi tutti hanno la forma istessa,
Egual lo spazio, ma il color diverso:
Alternan sempre variando, e al bianco
Succede il negro, in quella guisa appunto
Che la pinta testuggine si vede
Il suo concavo dorso aver macchiato.
40 - Allor a i Numi, che stupìan tacendo,
Disse ei così: De lo scherzevol Marte
Ecco la sede, e di battaglia il campo.
In questa arena a voi mirar sia dato
Star due contrarie schiere, e oppor le insegne,
E l’una incontro l’altra i passi e l’armi
Movendo, imago suscitar di guerra;
Spettacol, che tal’ora entro gli algosi
Umidi alberghi le cerulee figlie
De la gran Dori, e tutte l’altre genti
50 - Del secondo ampio regno abitatrici
Godon vedere, allor che sono in calma
I falsi piani, e giace il mar senz’onda.
Ed ecco quelli, che le finte pugne
Trattar dovranno, disse, e aperta un’urna
Su lo Scacchiero poi versando, fuore
Da mano industre effigiato bosso
Ne trasse, e corpi assomigliati a i nostri,
Finte schiere tornite e bianche e negre,
Duplicate ordinanze, di vigore
60 - E di numero eguai, sedici in bianco
Ed altretanti avvolti in negro ammanto.
Qual di ciascun diversa è la sembianza,
Così tutti han diverso il nome ancora,
Diverso incarco, e non egual potere.
Ivi d’aureo diadema il capo adorni
Veggonsi Re superbi, e le seguaci
Inclite Spose a guerreggiar disposte.
V’è chi su bel destrier, chi pugna a piede,
Chi con saette: nè già mancan belve,
70 - Che d’armi e Armati pregna eccelsa torre
Portano a la battaglia; in ambo i lati
Gl’Indi Elefanti rimirar tu credi.
S’avvian al campo omai le instrutte schiere,
Già son le Armate una de l’altra a fronte,
E ne’ suoi luoghi ogni Guerrier si pone.
Primieramente de l’estrema fila
Stanno gli armati Re nel quarto seggio
In ambedue le parti opposti entrambo;
Vuote però sei file ad essi in mezzo
80 - Sono interposte: e quà su negra sede
Si posa il bianco, e là su bianca il negro.
Succedon le guerriere invitte Mogli,
Ciascuna del suo Rege al fianco affissa,
Una con varia legge al destro, e l’altra
Ne’ destinati seggi al manco lato
Stassi; sul bruno seggio evvi la nera,
Sul candido la bianca: ama ciascuna
Nel primo posto il suo natìo colore.
Sieguono poi due giovanetti Arcieri
Negri, e due bianchi; a questi il nome un tempo
91 - D’Areifili diè la prisca Atene,
Poi che fra quanti egli conduca in guerra
Sono i più cari a Marte; ad essi in mezzo
Il Re si chiude e la Real Consorte.
Poi di tremole creste adorni e vaghi
Frenan due Cavalier in ambo i campi
Pronti a correr fra l’arme i lor destrieri
Di quà poscia e di là su l’ali estreme
Vedi sorger due Rocche, alte murali
100 - Macchine, cui gl’Indi Elefanti in guerra
Portan su i dorsi immani. Otto pedoni
Al fine in una schiera, ed altretanti
Sieguon ne l’altra, e la seconda fila
Quinci ad essi le sedi, e quindi appresta.
Parte del Re sono scudieri, e parte
De l’armigera Sposa ancelle fide;
E de la guerra a lor conviene i primi
Tentar perigli, e cominciar gli assalti.
Appunto tal la legion di bosso,
110 - Distinte le falangi in ordin doppio,
Si dispose quà e là ne’ campi suoi,
E tali di color diverse ed armi
Fiammeggiar si miraro ambedue l’ale,
Qual se dal gelo alpino i bianchi corpi
Mova Gallico stuol con bianche insegne
Contro le Orientali ultime schiere,
E del nero Mennòne a lui simìli
Le accolte genti, e gli Etiopi ignudi,
Che di Fetonte ancor portano impresso
120 - Ne’ volti adusti il temerario ardire.
Indi il Padre Oceàno a dir riprese.
Omai vedete quai le squadre, e quali
Sien le lor tende, o Abitator del Cielo;
Or apprendete del pugnar le leggi,
Poichè sue leggi ha questa pugna, e contro
I  lor divieti unqua a i Guerrier non lice,
Non che l’armi adoprar, mover un passo.
 In prima alterni i Re mandino in guerra
Colui, che scelto avran fra tutti i suoi.
130 - Se prima un negro Armato in campo venne
Un bianco tosto gli s’oppon, nè lice
Già mai scagliarsi in fra i nemici a stuolo.
Han tutti una sol cura, una sol mente,
Chiuder i Regi in fra le turbe ostili,
Onde fuggir da nessun lato impuni
Non possan, nè sottrarsi al fato estremo;
Poi che sol questo è di tal guerra il fine.
Fra tanto a li nemici opposti corpi
Non si perdona, ma col ferro un l’altro
140 - Si struggono a vicenda, onde più presto
L’abbandonato Rè morto rimanga.
Ogn’or scemando va per nuove morti
L’un campo e l’altro: la dipinta piazza
Sempre vie più si scopre, et a vicenda
Ed atterrano, e cadono; ma tosto
Dee sottentrar il vincitor del vinto
Nel luogo, e sostener de l’ala ultrice
I primi sforzi: e se schivarne i colpi
A lui riesca, e fuggir morte, allora
150 - Puossi in salvo ritrar col piè fugace.
Ma di guerra la legge a i soli Fanti
Dopo il primo camin (facili prede)
Tornar divieta, et in sicuro addursi.
Or non tutti i Guerrieri il modo istesso
Han di mover il passo, o vibrar l’armi.
Deggiono allor, che a pugnar vanno, i Fanti
Solo una sede trasportarsi innanzi
Dirittamente a l’inimico opposti.
Pur loro è dato nel primiero assalto
160 - Proceder oltre, e raddoppiare il passo.
Ma vicini a ferir torcono il colpo,
E per obliquo ad impiagare intenti
Percuotono di furto i cavi fianchi.
Gli Elefanti però, che in ambo i lati
Chiudon le file, allor che sul gran dorso
Le torri sostenendo, e per le schiere
Terror portando e strage, entrano in zuffa,
Dirittamente ogn’or ponno di fronte,
A destra, et a sinistra, avanti, e indietro
170 - Trascorrer tutto impunemente il campo,
E in ogni parte il piano empier di morte;
Pur che furtivi feritori obliqui
Essi non sien: che questo lice ai soli
Arcier fra gli altri i più diletti a Marte.
Movonsi questi obliquamente, e calca
Uno i bianchi sedili, e l’altro i negri,
E con obliqui dardi ambo fan guerra;
Nè lice variar, quantunque ad essi
Quinci e quindi vagar per ogni sede
180 - Sia dato, e tutto misurar il campo.
Insulta il fier Cavallo, e al fren ripugna.
Non mai trascorre in fra le folte squadre
Per dritta via, ma sempre in curvo salto
Impetuoso inalza i piè ferrati,
E doppia sede attraversando ei varca.
Se fermo prima sovra un negro seggio
Egli aspettava, indi salir veloce
Dee sovra un bianco, e del sedile ogn’ora
Variando il color, già mai non puote
190 - Stender più lunge, o far più breve il salto.
Ma l’invitta Reina, anima e forza
De l’esercito tutto, a fronte, a tergo,
A manca, a destra, e per obliquo calle
(Ma con retto cammin) sempre si move.
Solo non può, qual del Cavallo è stile,
I nemici assalir con curvo salto.
Al corso suo non già confine o meta
Mai si prescrive: ove l’ardor la spinge
Ella avventar si può, pur che de l’Oste
200 - Nemica o sua nessun le chiuda il passo;
Poi che niun sorpassar mai può le schiere
Di salto: è questo al sol Caval concesso.
Più cauti movon l’arme entrambo i Regi,
Ove del popol tutto, e de la guerra
Ogni speranza, ogni fiducia è posta.
Salvo il Re, pugnan gli altri arditi e franchi;
Morto lui, cede ogn’uno, e il campo lascia:
Che tutti ei preso in sua ruina involve
Dunque non mai trascorre; a lui devoti
210 - Mostransi tutti, e tutti in folta schiera
Chiudonlo in mezzo a sua difesa accinti.
Spesso per lui sottrar da l’armi, il petto
Ogn’uno a i colpi espone, ogn’un desìa,
Pur che viva il suo Re, perder la vita.
Non è sua cura, o d’eccitare a l’armi,
O di ferir; ma basta sol, che attento
A i perigli si tolga, e morte schivi.
Non fia però, che impunemente alcuno
D’appresso gli s’opponga; in ogni parte
220 - Ei ferir puote, ma non osa mai
Di correr lungi, e poi che fuori uscìo
De la sua Reggia, e che co’ primi auspicj
La sua sede cangiò, solo a lui lice
Con lento piede al più vicin sedile
Passar, o se ferisca, o se da’ colpi
La destra arresti, e non insulti errando.
Di guerra tal fin da le antiche etadi
Questi i costumi fur, queste le leggi.
Ora mirate ambe pugnar le schiere.

(---) Versi finali

970 - Con liete voci e con sonori gridi
Per plauso e festa i Numi al Vincitore
Figliuol di Maja, che per tutto il Circo
Protervo e gonfio insolentisce, e il vinto
Deride e spregia, e al suo dolore insulta.
A se poi lo chiamò l’onnipotente
Padre, che in dono la felice verga
Gli diè, con cui da l’ima egli richiami
Pallida Stige le pure Ombre, poi
Che le mal’opre abbia purgate il foco;
980 - E con cui parimenti al tenebroso
Erebo i rei condanni, et a l’oscura
Prigion di Dite; e de’ Mortali a gli occhi,
Qual più gli piace, il sonno furi e doni;
E di Leteo liquor ne l’ore estreme
Di vita gli egri lumi asperga e chiuda.
Nè guari andò, che volle il Dio medesmo
Aprire a noi Mortali il grato Gioco;
E piacque a lui, che poi de la scherzante
Piacevol pugna i riti e gli usi fosse
990 - La prima a celebrar l’Itala gente.
Poi che, se Fama non mentisce, un tempo
Egli preso d’amor per la vezzosa
Scacchide, a cui non ebbe infra lo stuolo
L’Adige di sue Ninfe altra simìle,
In riva al fiume occultamente appresso
Le venne, e dopo con inganno e forza
La misera oltraggiò, mentr’ella i bianchi
Cigni pascea lungo la sponda erbosa.
Poscia di due colori i tinti bossi
1000 - Le porse, e quasi per mercede a lei
De la passata offesa una distinta
Con ordin vario e colorata ei fuore
Tavola trasse, che d’argento e d’oro
Tutta splendeva, e in dono a lei la offerse,
E l’uso appieno le insegnò. Da quella
Età, de la famosa antica Ninfa
Conserva il Gioco ancor l’onore e ’l nome
;
E lui l’inclita Roma e lui d’estremi
Diversi lidi abitator remoti
1010 - Van celebrando ancora, ond’ei per vaghe
Lucenti adorne stanze in man d’illustri
Leggiadre Donne e Cavalier s’aggira.
Nè si sdegnaro le cerulee un tempo
De la Najade bella umide Suore
Svelar tal cose a me fanciullo ancora,
1016 - Mentr’io cantava al patrio fiume in riva.
    


Treviglio, Giugno 2011








a cura di Nazario Menato

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Pubblicato il: 2011-06-26 (636 letture)

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