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Per le sue nuove stanze
Gli scacchi di Eugenio Montale






Eugenio Montale, uno dei massimi poeti italiani, nacque a Genova il 12 ottobre del 1896. Le sue raccolte di Poesia più famose sono: Ossi di seppia, Le Occasioni, La bufera e altro, Satura.  Fu alfiere della corrente poetica detta dell’ermetismo cui appartengono anche Quasimodo e Ungaretti con i quali forma una triade di spicco nella Poesia italiana del ‘900. La sua poetica s’incentra sulla riflessione del  “male di vivere” (“spesso il male di vivere ho incontrato”) una visione della vita in negativo che lo accomuna al Leopardi sul piano del pessimismo, riferito però al vivere sociale piuttosto che al tormento del vissuto personale. Fu traduttore dall’inglese di poesia e di testi teatrali (Shakespeare, Joyce, Eliot) nonché redattore del Corriere della Sera. Ricevette una laurea Honoris Causa a Cambridge ed in tarda età fu nominato Senatore a vita della Repubblica italiana. Nel 1975 fu insignito del massimo alloro letterario: il Premio Nobel. Morì a Milano nel 1981. Le sue spoglie giacciono a Ema, sobborgo di Firenze accanto a quelle della moglie.


NUOVE STANZE
di Eugenio Montale
(da “Le occasioni” 1939)


Poi che gli ultimi fili di tabacco
al tuo gesto si spengono nel piatto
di cristallo, al soffitto lenta sale
la spirale del fumo
che gli alfieri e i cavalli degli scacchi
guardano stupefatti; e nuovi anelli
la seguono, più mobili di quelli
delle tue dita.

La morgana che in cielo liberava
torri e ponti è sparita
al primo soffio; s'apre la finestra
non vista e il fumo s'agita. Là in fondo,
altro stormo si muove: una tregenda
d'uomini che non sa questo tuo incenso,
nella scacchiera di cui puoi tu sola
comporre il senso.

Il mio dubbio d'un tempo era se forse
tu stessa ignori il giuoco che si svolge
sul quadrato
e ora è nembo alle tue porte:
follia di morte non si placa a poco
prezzo, se poco è il lampo del tuo sguardo
ma domanda altri fuochi, oltre le fitte
cortine che per te fomenta il dio
del caso, quando assiste.

Oggi so ciò che vuoi; batte il suo fioco
tocco la Martinella ed impaura
le sagome d'avorio in una luce
spettrale di nevaio. Ma resiste
e vince il premio della solitaria
veglia chi può con te allo specchio ustorio
che accieca le pedine opporre i tuoi
occhi d'acciaio.



Una breve chiosa

 “Stanze” è il titolo di una precedente composizione della raccolta Le Occasioni e “Nuove stanze” una delle poesie conclusive della raccolta, una delle più pregnanti in essa contenute.
 Il componimento apparve nel maggio del 1939, quando l’ombra adunca del secondo conflitto mondiale cominciava già a proiettarsi minacciosa sul mondo. In pochi versi Montale ci presenta icasticamente la realtà dei preparativi bellici fruendo di una condizione speciale, quella dell'intellettuale quasi avulso dalla realtà, lontano dal mondo crudele e spietato in cui vive, il quale con occhio limpido  e impassibile osserva la vita che si dipana intorno a lui. L’intellettuale Montale ci fornisce la sua interpretazione degli avvenimenti e per farlo ricorre come ogni grande Poeta alla sua Musa ispiratrice, Clizia, che è l’allegoria della Poesia, ma in questo frangente anche della Cultura e della Civiltà. Chi è in realtà Clizia? Si tratta di Irma Brandeis una giovane americana di origine ebrea, studiosa di Dante, che Montale conobbe durante il suo soggiorno fiorentino e con la quale intrecciò un storia sentimentale che non ebbe seguito per il semplice fatto che nello stesso tempo il Poeta corteggiava anche Drusilla Tanzi, sua futura moglie. Ciò malgrado a Irma egli dedicherà la raccolta Le occasioni, cantandola nelle sue poesie con il nome di Clizia, una ninfa della mitologia greca amata da Elio, il dio Sole ma da questi poi ripudiata e trasformata nel fiore dell’elitropio (il girasole). Per attuare il suo proposito, Montale s’inventa un astuto espediente: costruisce intorno a sé una barriera infrangibile dietro alla quale tutto quel pandemonio che si scatena fuori dalla stanza in cui si trova, non può in alcun modo penetrare. Il Poeta sta giocando a scacchi con Clizia, attraente signora dai nobili tratti; essa spegne con meditata lentezza la sigaretta in un posacenere di cristallo, ed il fumo che ne esala s’avvolge in languide spirali suscitando una morgana, un miraggio, in cui compaiono, anelli, torri e ponti (quasi una città ideale) che i pezzi sulla scacchiera ammirano stupefatti. Improvvisamente però, la finestra della stanza si spalanca e una ventata irrompe spavalda tutto dileguando e nel contempo indirizza il nostro sguardo verso il luogo da cui essa proviene: là all’orizzonte è ben nitida la scena che anticipa il futuro. Esseri umani intruppati come stormi di uccelli rapaci, senza conoscere lo scopo, né il demiurgo che li governa, si dirigono irrimediabilmente verso la tragedia (“tregenda d’uomini”). 

Il gioco degli scacchi cui fa riferimento l’autore, citando nella poesia la scacchiera, i cavalli e gli alfieri , possiede una duplice valenza di significato: da una parte essi rappresentano la simulazione della guerra, una liturgia folle di morte che viene celebrata su un quadrato composto da 64 caselle, dall’altra sono il gioco dell’intelligenza, della riflessione e di una cultura millenaria. Attraverso il gioco degli scacchi si può pertanto tentare una esegesi degli accadimenti storici, si può, quasi viaggiando su un’immaginaria macchina del tempo, effettuare una verifica dall’esterno di ciò che è stato. Inoltre gli scacchi sono un gioco, il quale nella sua recondita profondità, può essere paragonato allo sforzo della mente raziocinante per capire la psiche umana e le sue, talvolta, perverse manifestazioni. Suona la campana a distesa (la martinella), il pericolo si avvicina, ma il Poeta non perde la speranza: restando vicino a Clizia, Musa ispiratrice-protettrice tutti si salveranno poiché con la potenza dei suoi occhi d’acciaio, freddi e distaccati, essa ha la capacità di comprendere il vero significato delle cose, di dare scacco al male e di vincere.

Nazario Menato


Treviglio, 30 Dicembre 2010








A cura di Nazario Menato

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Pubblicato il: 2011-01-07 (5565 letture)

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