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Matteo Bandello l'umanista
Scacco matto al poeta



La vita 



Matteo Bandello, umanista, ecclesiastico e diplomatico, nacque a Castelnuovo Scrivia (AL) nel 1485 e morì nel 1561 a Bazens nei pressi di Agen una cittadina del sud della Francia. Era nipote del priore del convento della Chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano e dal 1494 al 1497 studiò come seminarista in quel convento dove ebbe modo di conoscere ed osservare  Leonardo da Vinci mentre dipingeva L’ultima Cena. [vedi nota] Compiuti gli studi a Pavia, nel 1504 prese i voti nel convento dell'Ordine Domenicano a Genova, dal quale uscì nel 1526 per dedicarsi alla carriera diplomatica (senza abbandonare però l’abito monastico). Fu alla corte di Isabella d’Este a Mantova, dove si innamorò di una donna, rimasta sconosciuta, che cantò in versi col nome di Mencia, o Nencia ed al seguito di Francesco Gonzaga e Giovanni dalle Bande Nere in diverse guerre rinascimentali. Entrò poi al servizio di Ranuccio Farnese e dal 1528 di Cesare Fregoso, generale della Repubblica Veneta, passato poi nell’esercito del re di Francia Francesco I. Quando il Fregoso fu assassinato dagli Spagnoli nel 1541 per ordine di Carlo V, il Bandello si rifugiò, insieme alla vedova e ai figli dell’uomo d’armi, prima a Venezia e poi in Francia a Bazens,ospite di Francesco I. In questa località, il Bandello visse il resto della sua vita, come vescovo della diocesi della vicina città di Agen, nel dipartimento della Garonna,(1550-55) attendendo alla rielaborazione e pubblicazione delle sue Novelle e alla stesura di altre opere minori.



Nota: nella Novella LVIII (del 1497) il Bandello così descrive Leonardo intento alla realizzazione dell'Ultima Cena sulla parete del refettorio del convento. «Soleva [...] andar la mattina a buon'ora a montar sul ponte, perché il cenacolo è alquanto da terra alto; soleva, dico, dal nascente sole sino a l'imbrunita sera non levarsi mai il pennello di mano, ma scordatosi il mangiare e il bere, di continovo dipingere. Se ne sarebbe poi stato dui, tre e quattro dì che non v'avrebbe messa mano e tuttavia dimorava talora una o due ore del giorno e solamente
contemplava, considerava ed essaminando tra sé, le sue figure giudicava. L'ho anco veduto secondo che il capriccio o ghiribizzo lo toccava, partirsi da mezzo giorno, quando il sole è in lione, da Corte vecchia ove quel stupendo cavallo di terra componeva, e venirsene dritto a le Grazie ed asceso sul ponte pigliar il pennello ed una o due pennellate dar ad una di quelle figure, e di solito partirsi e andar altrove.»





L'attività letteraria


In letteratura l'importanza del Bandello va ricercata, più che in alcune opere come le oltre 200 Rime in stile petrarchesco, la traduzione dell’Eucuba di Euripide e i versi de Le tre Parche, nell’ampia produzione di 214 Novelle che rappresentano il suo capolavoro e alle quali deve la sua fama. Esse sono il contenuto di tre libri pubblicati nel 1554 a Lucca e di un quarto pubblicato postumo nel 1573 a Lione. A ogni novella, incentrata su fatti reali o leggende storiche, è premessa la dedica a un personaggio del tempo. I materiali narrativi hanno le origini più diverse, e diverse sono le ambientazioni ma i vari racconti costituiscono una vera e propria cronaca della vita di allora. Argomento delle novelle sono dunque fatti reali e leggende storiche come la contessa di Challant, Sofonisba, Ugo e Parisina, ecc., oppure casi strani e imprevisti, dove si alternano il drammatico, il comico e licenziose avventure d’amore. In queste ultime egli si rivela artista brioso e malizioso, mentre resta freddo e monotono in quelle serie, passionali e drammatiche. Per quanto concerne la lingua e i contenuti, Bandello rifiutò lo stile lezioso del contemporaneo Pietro Bembo, (neoplatonismo, desiderio contemplativo della bellezza ecc.) preferendo un linguaggio di uso tipicamente pragmatico e cortigiano. William Shakespeare conobbe la traduzione francese delle Novelle da cui trasse il soggetto per le commedie Molto rumore per nulla e La dodicesima notte. Anche la tragedia Romeo e Giulietta si ispira a un testo di Bandello, che a sua volta aveva preso spunto da un racconto del vicentino Luigi Da Porto dal titolo: “ Istoria novellamente ritrovata di due nobili amanti” scritta nel 1529.


Il giuoco degli Scacchi e il giuoco dell'Amore

di Matteo Bandello

Sonetto N° 154 delle Rime,
la Nencia* (Madonna) dà scacco matto al poeta


Spesso Madonna a scacchi far m'invita,
e piglia per suo rege un dolce sguardo,
bellezza per reina, ed ond'i' m'ardo
con que' begli occhi per Arfil s'aíta.

Rocche 'l parlar, e fa la speme ardita,
e pace e guerra cavalcar i' guardo,
motti, sdegni, furor, attender tardo,
atti, cenni, no... sí... pedoni addita.

Ed io per rege, l'appresento il core,
col pietoso mirar, con gli occhi morti,
tema, silenzio, ardor e gelosia,

strazio, pianto, servir, riso, dolore,
fede, credenza, e passi mal'accorti:
ma beltà, scacco dammi tutta via!

* La Nencia da Barberino è la protagonista di un “ idillio rusticano” (componimento poetico di genere pastorale), un tempo attribuito a Lorenzo de' Medici, scritto con ogni probabilità prima del 1470. Nel poemetto il contadino Vallera canta le lodi della pastorella di cui è innamorato e che dà il nome all'opera. Il componimento costituisce uno dei più significativi esempi di ripresa di un tema assai diffuso nella letteratura medievale, la "satira del villano", tema che assumeva il contadino, con la sua rozza spontaneità e la sua mancanza di raffinatezza, come oggetto di riso.Tuttavia la Nencia mostra, oltre al disprezzo, sincera curiosità per le bizzarre parole e i rozzi atteggiamenti del contadino: l'autore prova uno squisito piacere intellettuale a calarsi nelle vesti del villano, a riprodurre la sua parlata, le sue immagini ingenue e grossolane, il suo modo di sentire elementare non senza un malcelato sentimento di superiorità.




Treviglio, ottobre 2010








A cura di Nazario Menato

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Pubblicato il: 2010-10-20 (1515 letture)

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