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Ad ora incerta
Gli Scacchi di Primo Levi




Primo Levi
estratti dal volume “Ad ora incerta”
[Garzanti, 1984]



I) ad ora incerta, 9 maggio 1984

Solo la mia nemica di sempre,
l’abominevole dama nera
ha avuto nerbo pari al mio
nel soccorrere il suo re inetto.
Inetto, imbelle pure il mio, s’intende:
fin dall’inizio è rimasto acquattato
dietro la schiera dei suoi bravi pedoni,
ed è fuggito poi per la scacchiera
sbieco, ridicolo, in passetti impediti:
le battaglie non sono cose da re.
Ma io!
Se non ci fossi stata io!
Torri e cavalli si, ma io!
Potente e pronta, dritta e diagonale,
lungiportante come una balestra,
ho perforato le loro difese;
hanno dovuto chinare la testa
i neri fraudolenti ed arroganti.
La vittoria ubriaca come un vino.
Ora tutto è finito,
sono spenti l’ingegno e l’odio.
Una gran mano ci ha spazzati via,
deboli e forti, savi, folli e cauti,
i bianchi e i neri alla rinfusa, esanimi.
Poi ci ha gettati con scroscio di ghiaia
Dentro la scatola buia di legno
Ed ha chiuso il coperchio.
Quando un’altra partita?


II) ad ora incerta, 23 giugno 1984

Così vorresti, a metà partita,
a partita quasi finita,
rivedere le regole del gioco?
Lo sai bene che non è dato.
Arroccare sotto minaccia?
O addirittura, se ho capito bene,
Rifare i tratti che hai mossi all’inizio?
Via, le hai pure accettate queste regole,
Quando ti sei seduto alla scacchiera.
Il pezzo che hai toccato è un pezzo mosso:
il nostro è un gioco serio, non ammette
contratti, confusioni e contrabbandi.
Muovi, che il tuo tempo è scarso;
Non senti ticchettare l’orologio?
Del resto, perché insistere?
Per prevedere i miei tratti
Ci vuole altra sapienza che la tua.
Lo sapevi fin da principio
Che io sono il più forte.



Annotazioni di Nazario Menato

Qualsiasi sforzo interpretativo di questi versi di contenuto scacchistico presuppone un approccio filosofico e fornisce uno spunto nel tentativo di capire alcuni perché dell’esistenza umana. Nell’allegoria della prima lirica l’autore descrive la lotta estenuante principalmente tra le due Regine della scacchiera (le battaglie infatti non si addicono ai Re, personaggi imbelli, che si trincerano dietro pavidi difensori). Sull’esecrabile Dama nera prevarrà la Dama bianca “lungiportante come una balestra” che dispone cioè di una lunga gittata, che spazia a tutto campo perché riunisce in sé i movimenti di tutti gli altri pezzi tranne il cavallo (da notare qui l’eleganza dell’aggettivo “lungiportante” coniato sulla falsariga di lungimirante, lungivedente, lungilucente). La schiera dei Neri “fraudolenti ed arroganti” verrà infine sconfitta e quando il gioco finisce i pezzi vengono semplicemente gettati alla rinfusa nella scatola buia in attesa di un’altra partita. Fuor di metafora, e alla luce dell’esperienza personale di vita dell’autore, è chiaro che il teatro dell’azione è la II guerra mondiale e la lotta è quella contro i regimi neri nazi-fascisti. I ridicoli Re che fuggono a piccoli passi impacciati sono i vari monarchi d’Europa detronizzati; l’autore si immedesima ovviamente nella Regina bianca, che dopo varie peripezie vince e si salva. Alla stregua di una partita a scacchi, quando il gioco finisce, ossia la guerra termina e l’ubriacatura della vittoria passa, l’ingegno e i sentimenti scemano e tutto cade nell’oblio; gli uomini (come i pezzi) vengono messi da parte, carne da macello in attesa di un nuovo scontro. Amaramente l’autore si chiede infatti con l’ultimo verso: “Quando un’altra partita?”. Questa tematica degli uomini paragonati ai pezzi degli scacchi e gettati dentro alla scatola alla fine della contesa ricorre spesso nella letteratura. Si vedano ad esempio le poesie di autori come il persiano Omàr Khayyàm filosofo e poeta del XII secolo e in seguito dell’argentino Jorge Luis Borges poeta e scrittore del secolo scorso.

Nella seconda Poesia la metafora è quasi inesistente. Tutto appare infatti molto chiaro e palese. Il gioco degli scacchi ricalca pari pari quello della vita. Ci sono regole per giocare e ci sono regole per vivere (riecheggia qui l’Ecclesiaste: C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per uccidere e un tempo per guarire ecc.). L’autore lo ripete: le regole non si possono cambiare a gioco iniziato, non si possono rifare le mosse dopo averle eseguite, “mossa fatta capo ha” dice un proverbio preso proprio dagli scacchi. In definitiva gli scacchi sono un gioco serio come seria è la vita che per molti non è un gioco, ma forse, per altri, invece lo è. Comunque il tempo a disposizione per giocare non è infinito: “non senti il ticchettare dell’orologio?”, dice ancora il poeta, “muovi che il tuo tempo e scarso”.  Ma ecco la mazzata finale che ci depista completamente: in ogni caso, aggiunge, non puoi prevedere le mie mosse, lo sapevi fin dall’inizio che sono il più forte! ”Ma chi è dunque il più forte? Dio? Il Destino? qualcosa di Ineffabile che non sappiamo cioè né esprimere né definire e che quindi ci sfugge? E se siamo predestinati a perdere che senso ha giocare, cioè vivere?




Treviglio, Aprile 2010








a cura di Nazario Menato

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Pubblicato il: 2010-04-30 (1930 letture)

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