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Gli Scacchi di Derek Walcott
Aironi Bianchi






Derek Walcott  è nato nel 1930 a Castries, capitale di Saint Lucia, nelle Piccole Antille. E’ considerato il più grande e importante poeta e drammaturgo dell’area caraibica. Per la sua straordinaria produzione poetica, nel 1992 è stato insignito del premio Nobel per la letteratura. Sebbene per alcuni suoi lavori minori Walcott abbia usato il patois (dialetto) creolo della sua isola natale egli è famoso soprattutto per aver scritto in inglese le sue opere poetiche e teatrali. Il fatto di essere nato e cresciuto in un contesto geo-politico così particolare come Saint Lucia, una piccola isola vulcanica, ex-colonia inglese, ha influito profondamente sulla sua opera. Perde il padre, funzionario del governo britannico e pittore dilettante, quando lui e suo fratello gemello Roderick sono ancora bambini. La prima formazione di Derek  avviene al St. Mary's College, dove la madre Alix è insegnante e che per prima gli trasmette l'amore per la poesia. Dopo la borsa di studio all’Università di Kingstone, Giamaica, nel 1953 Walcott si trasferisce nella vicina isola di Trinidad, insegna in diverse scuole e collabora ai giornali locali. Nel 1959 fonda il Trinidad Theatre Workshop e ne assume la direzione che tiene ininterrottamente fino al 1976.
Durante questo periodo ha l’opportunità di allestire personalmente la rappresentazione di alcuni suoi drammi. Nel 1981 è chiamato a Boston dall'Università di Harvard che gli assegna la cattedra di Poesia. Nelle sue opere Walcott indaga ed esprime il conflitto tra l'eredità della cultura europea e quella originaria delle Indie Occidentali, vale a dire quel lungo percorso storico che ha portato le popolazioni delle isole caraibiche e centroamericane dalla dominazione europea all'indipendenza, nonché il suo sentirsi perennemente in bilico dal punto di vista culturale tra queste due civiltà. Come autore egli si differenzia notevolmente da altri poeti contemporanei per l'estrema originalità e la grande fantasia  creativa che connotano tutte le sue opere. Si tratta in effetti di un autore che ha saputo creare poesia partendo dalla storia e dagli eventi collegati alla sua terra, situata come s’è detto, nel Mar dei Carabi, un secondo Mar Mediterraneo e come quest’ultimo sede di un incredibile crogiolo di popoli, razze e culture.


AIRONI BIANCHI
di Derek Walcott

(si ringrazia il mensile POESIA - Crocetti Editore - per l'assenso alla pubblicazione)


I pezzi sono immobili sulla scacchiera come i guerrieri
in terracotta a grandezza naturale, il cui giuramento
di fedeltà all’imperatore, con spada scudo e briglia, fatto
da una voce a questo punto spenta, aleggiava come fosse
una eco in quello scavo strabiliante. Ogni soldato
un voto e ciascuno pronto a morire per la causa,
per la nazione e per l’imperatore, e tuttavia tuttora
immobile e diritto, senza respiro, come un simulacro
di se stesso che dovrà essere il silenzio a vagliare
collocandolo al suo posto. Se i nostri giuramenti
fossero visibili, li vedremmo al pari di questi pezzi
sulla scacchiera, immutabili e fermi sotto la luce,
sudditi votati per sempre a una causa che ti vede
regina, vigile la notte e vittima silenziosa dell’amore
e di un incantesimo a cui non può porre rimedio
il fragore di nessuna battaglia ma solo
la tranquillità degli scacchi, con gli alberi che fuori,
sul prato, si muovono al ritmo del tempo, i giuramenti
che vengono meno e che, morti, sono ancora più forti
mentre un merlo, nero, fischia sui limoni.




Il poeta prende chiaramente spunto dal famoso esercito di guerrieri in terracotta scoperto in Cina nelle vicinanze della città di Xi’an (Siang) nel 1974. I soldati immobili sul campo e votati “usque ad mortem” alla causa dell’imperatore sono paragonati ai pezzi degli scacchi fermi anch’essi e immobili sulla scacchiera finché una mano silenziosa non si avvicini per spostarli a combattere là dove l’imperatore o il giocatore decidono. Il tema è famoso e ricorre anche in altre opere poetiche (Omar Khayyam, Borges ecc…). Sia i soldati in terracotta che i pezzi sulla scacchiera hanno fermamente giurato fedeltà al loro dèspota e i loro giuramenti sono simili ai nostri, che facciamo ogni giorno al nostro Io, il dèspota che è in noi; fino a quando però i guerrieri non vengono spostati, leggi i pezzi non vengono mossi, tutto rimane in sospeso, cristallizzato in una rigidità abbagliante e il giuramento non può essere implementato. E’ ciò che accade anche ai giuramenti che facciamo noi che seppur espressi rimangono inapplicati se rimaniamo imbrigliati dall’incantesimo dell’immobilismo, se cioè non agiamo, non osiamo, non intraprendiamo alcunché di nuovo, se in definitiva ci lasciamo affondare nella routine quotidiana. Come in una partita a scacchi anche nella vita i giuramenti, i proponimenti devono essere “testati” messi cioè alla prova, verificati per essere resi operanti. Solo così otterremo un riscontro, solo così si manifesterà l’evidenza che il proponimento era buono, che il giuramento è valso la pena. Ma Giano è bifronte! L’altra sua faccia vede i molti giuramenti come gli aironi bianchi che, allontanatisi troppo dalla riva, rimangono in balia della tempesta e spossati cadono finendo preda delle onde; per ogni giuramento tradito però, ne ricaveremo una più approfondita introspezione della nostra personalità, una maggiore presa di coscienza di noi stessi, un più risoluto proposito di riscattarci. Paradossalmente i giuramenti cui veniamo meno sono i più forti, quelli ai quali la nostra fragilità umana non ha saputo tener fede e ciò a causa delle infinite variabili della vita (le famose varianti di una partita a scacchi) che nel momento in cui giurammo non potevamo assolutamente prevedere. Probabilmente in primo luogo ci mancò la tranquillità, la serenità, quella disposizione della mente e dell’anima necessaria per giocare una partita a scacchi, in cui tutto deve essere ponderato, tutto deve godere di un respiro ampio e lento, deve rispondere a un ritmo cadenzato come lento e cadenzato è l’avvicendarsi delle stagioni (anche se dal folto dei rami un occhio astioso ci spia o un dio minore trama per farci fallire).


Treviglio, Marzo 2010








A cura di Nazario Menato

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Pubblicato il: 2010-03-23 (820 letture)

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