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Quando in Persia...
I giocatori di scacchi di Fernando Pessoa








Fernando Antonio Nogueira Pessoa (Lisbona 1888-1935). E’ considerato uno dei maggiori scrittori e poeti di lingua portoghese, e per il suo valore letterario è comparato a Luís de Camões, il massimo poeta portoghese autore del famoso poema epico “I Lusiadi" (o Lusitani)  scritto verso il 1550. E’ ritenuto, accanto a Pablo Neruda, il poeta più rappresentativo del XX secolo. Nel 1895, due anni dopo la scomparsa del marito, sua madre si risposa con il Comandante João Miguel Rosa, console del Portogallo a Durban e si trasferisce con il figlio e un prozio, in Sudafrica; qui Fernando passa la maggior parte della sua giovinezza. A Durban riceve una educazione di stampo britannico, con un profondo contatto con la lingua inglese. I suoi primi testi e studi saranno infatti in inglese; in seguito legge ed approfondisce autori come Shakespeare, Edgar Allan Poe, John Milton, Lord Byron, John Keats, Percy Shelley, Alfred Tennyson. L'inglese giocò un ruolo importante nella sua vita, sia per il lavoro (divenne infatti corrispondente commerciale a Lisbona), che per alcuni dei suoi scritti e traduzioni di opere quali "Annabel Lee" e "Il Corvo" di Allan Poe. Ottimo conoscitore della filosofia romantica (Schopenhauer, Nietzsche) e del simbolismo francese, fu profondamente influenzato, in vari momenti, da dottrine religiose come la teosofia e da società segrete come la massoneria. La sua importanza in letteratura risiede nella peculiarità e facilità con cui seppe creare varie altre personalità, note come eteronimi* che non vanno intesi come “pseudonimi” dello scrittore, bensì come proiezioni dello stesso aventi ciascuna la propria vita indipendente. Di ciascuno di tali eterònimi, Pessoa creò una biografia e con ciascuno di essi scrisse varie opere con caratteristiche ideologiche e stilistiche diverse. I principali eteronimi di Pessoa sono: Àlvaro de Campos, ingegnere, cosmopolita, Ricardo Reis, poeta neoclassico, oraziano, Alberto Caeiro, il “maestro” di tutti, uomo di campagna, materialista e stoico, Bernardo Soares, ragioniere, prosatore introspettivo e scettico; A. Pacheco, autore di un unico e lungo poema di stampo surrealista. A tutte queste figure va aggiunto il Pessoa ortonimo, che firma cioè le opere con il proprio nome. Parafrasando il famoso detto di Pompeo «navigare è necessario, vivere non è necessario», Pessoa afferma nel poema: “Navegar é preciso” (Navigare è necessario) che “scrivere è necessario, vivere non è necessario» Morì a causa di problemi epatici causati dall’abuso di alcol all'età di 47 anni nella stessa città in cui era nato e si riportano come sue ultime parole (essendo molto miope): "De-me os meus òculos!" (Datemi i miei occhiali).





* L'eteronimia è lo studio degli eterònimi (dal greco héteros = diverso, altro e ònoma = nome) cioè autori fittizi (pseudoautori), che però posseggono una loro personalità. Il creatore degli eterònimi è detto ortònimo. Gli eterònimi sono diversi dagli pseudònimi, perché questi ultimi sostituiscono il vero nome dell'autore, che rimane così sconosciuto. Gli eterònimi invece coesistono con l'autore, e ne formano una sorta di estensione del carattere e della personalità; sono personaggi completamente diversi che vivono di vita propria, e scrivono spesso con uno stile e caratteristiche diverse da quello dell'ortònimo.


...quando in Persia

dalle Odi
di Ricardo Reis
[Una sola moltitudine, vol.2, Milano, Adelphi 1984]



Ho sentito raccontare che una volta,
quando in Persia
c’era non so quale guerra,
quando l’invasione nella Città bruciava
e le donne gridavano,
due giocatori di scacchi giocavano
il loro gioco continuo

All’ombra dell’ampio albero fissavano
la scacchiera antica,
e accanto a ciascuna, pronta
per i momenti di pausa,
quando uno di loro aveva mosso
la pedina e aspettava l’avversario,
un’anfora di vino rinfrescava
sobriamente la loro sete.

Bruciavano le case, erano saccheggiate
le arche e le pareti,
violate, le donne eran buttate
contro i muri caduti,
trapassati da lance, i bambini
erano sangue per la strada…
Ma là dov’erano, alla città vicini
e dal suo rumore lontani,
i giocatori di scacchi giocavano
al gioco degli scacchi.

Sebbene nei messaggi del vento solitario
giungessero loro le grida,
e riflettendo sapessero nell’anima
che di certo le mogli
e le tenere figlie erano violate
a quella breve distanza,
benché, al momento di pensarlo,
una leggera ombra
passasse sulle fronti aliene e vaghe,
ben presto i loro occhi calmi
volgevano la fiducia attenta
alla vecchia scacchiera.

Quando il Re d’avorio è in pericolo,
cosa importano le ossa e la carne
delle sorelle e delle madri e dei bambini?
quando la torre non copre
la ritirata alla regina bianca,
poco importa il saccheggio.
E quando la mano sicura dà lo scacco
al Re dell’avversario,
poco pesa nel cuore che lontano
stiano morendo figli.

Anche se, all’improvviso, sopra il muro
spunti il ghigno ferino
di un guerriero invasore, e in breve debba
il solenne giocatore di scacchi
cadere in una pozza di sangue,
il momento prima di questo
(è ancora consacrato a calcolare una mossa
che avrà effetto ore dopo)
è ancora destinato al gioco prediletto
dei grandi indifferenti.

Cadano città, soffrano popoli, cessi
la libertà e la vita,
gli averi tranquilli e aviti brucino e siano depredati;
ma quando la guerra interromperà i giochi,
il Re non sia in scacco
e il pedone d’avorio più avanzato
sia pronto a prendere la torre.

O miei fratelli nell’amare Epicuro
e nel comprenderlo, più d’accordo
con noi stessi che con lui,
impariamo dalla storia
dei calmi giocatori di scacchi
come passare la vita.

Tutto ciò che è serio poco ci importi,
ciò che è grave poco pesi,
il naturale impulso degli istinti
ceda al piacere inutile
(all’ombra tranquilla dell’albereto)
di giocare un buon gioco.

Quanto portiamo via da questa vita inutile
vale ugualmente se è
la gloria, la fama, l’amore, la scienza, la vita,
come se fosse appena
la memoria di un gioco ben giocato
e una partita vinta
a un giocatore migliore.

La gloria pesa come un fardello ricco,
la fama come la febbre,
l’amore stanca, perché fa sul serio e cerca,
la scienza non trova mai,
e la vita passa e duole perché lo sa…
Il gioco degli scacchi
occupa tutta l’anima ma, perso, poco
pesa, perché non è niente.

Ah! sotto le ombre che senza volere ci amano,
con un’anfora di vino accanto a noi,
e attenti solo all’inutile contesa
del gioco degli scacchi,
anche se il gioco sia soltanto sogno
e non ci sia avversario,
imitiamo i persiani della storia,
e, mentre là fuori,
o vicino o lontano, la guerra e la patria e la vita
ci chiamano, lasciamo
che ci chiamino invano, ciascuno di noi
sotto le ombre amiche

ciascuno di noi sognando l’avversario, e la scacchiera
la sua indifferenza

Ricardo Reis 1.6.1916


(lLa traduzione della lirica “…quando in Persia” è opera del lusitanista Antonio Tabucchi)




L’interpretazione che ad una prima lettura si potrebbe dare di questa lirica è che esprime un elogio dell’indifferenza, della noncuranza, del cinismo davanti alle sventure umane, in pratica che riflette una concezione estetizzante e pagana della vita. Sembra infatti che per i due avversari assisi davanti alla scacchiera altro non esista che il gioco totalizzante in cui sono immersi. La città può bruciare, le donne possono essere violate e i figli trucidati, ma essi, i giocatori, persi nel loro limbo senza affanni e senza noia, ascosi nell’ombra intensa di un frondoso albero, continuano a giocare dissetandosi tra una mossa e l’altra con fresche gorgate del liquido di Bacco. Ben più importante di tutto ciò che può accadere intorno a loro è la posizione del rispettivo Re sulla scacchiera che a seconda dell’evolversi del gioco può correre pericoli mortali e questo è in definitiva l’unico vero pericolo che li può far sussultare, che li può inquietare. Nemmeno per la loro stessa vita temono, stante la forte probabilità che all’improvviso un guerriero nemico si palesi per massacrarli. Ma non importa, nulla conta: né patria, né gloria, né amore. E’ sufficiente che un attimo prima di esalare l’ultimo respiro abbiano eseguito la mossa giusta, la mossa buona, quella lungamente pensata. L’interesse supremo consiste nel difendere il Re, nel mandare a promozione il pedone, la cui trasformazione sull’ottava traversa in un pezzo di superiore valore è la metafora più evidente della fenice che risorge, dell’ara sacrificale dalla quale il flusso vitale della vittima immolata ricade sulla scacchiera con un nuovo status, una nuova nobiltà, un potere maggiore. Ripassando e rileggendo questi versi ci convinciamo dunque che ciò che importa, (la morale si dice in questi casi) è il buon gioco, la partita giocata bene fino in fondo, vale a dire la vita vissuta secondo coscienza, con coerenza, in cui abbiamo esercitato la calma, la riflessione, la prudenza e abbiamo portato a termine i compiti che ci eravamo prefissi, poiché in conclusione, tutto nella vita è niente e di conseguenza è niente anche il gioco degli scacchi. (cfr.libro dell’ Ecclesiaste).



Treviglio, Marzo 2010








A cura di Nazario Menato

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Pubblicato il: 2010-03-09 (1245 letture)

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