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ALEKSANDR ALEKSANDROVICH ALJECHIN
Campione del mondo 1927-46






Nota: in russo non esiste la lettera  “x“ (che in greco corrisponde alla fusione delle lettere k+s). L’alfabeto russo detto anche cirillico, fu creato dai fratelli monaci Cirillo e Metodio che nel IX secolo d.C. vennero inviati dall’imperatore bizantino a cristianizzare le popolazioni slave dell’Europa dell’Est. Allo scopo di divulgare i testi religiosi essi utilizzarono come base l’alfabeto greco (del quale ritroviamo diverse lettere), che tuttavia non si rivelò sufficiente a rendere tutti i suoni pronunciati da quelle genti ancora piuttosto “barbare”, dimodoché essi furono costretti ad inventare ed aggiungere nuovi segni grafici. La lettera "x" greca non entrò comunque nel nuovo alfabeto cosicché il suono venne reso graficamente con “ks”. Il cognome invece viene letto Aljèchin con l’accento sulla “e“ ed il gruppo “ch” aspirato.  Vi è poi la versione francese “Alekhine” dovuta all’acquisizione della nazionalità francese (pr. Alechìn con l’accento sulla “i” e la “e” finale muta). Nel mondo ispanòfono infine il cognome del Nostro viene pronunciato Aliòchin (ch aspirato).


di NAZARIO MENATO


ALEKSANDR   ALEKSANDROVICH   ALJECHIN (Mosca 1892 -  Lisbona 1946)

Aljechin nacque a Mosca il 1° novembre 1892 ed imparò il gioco a sette anni dalla madre; vi si appassionò subito in modo esagerato, tanto che i genitori preoccupati che ciò gli potesse nuocere gli tolsero la scacchiera, ma Alessandro incominciò ben presto ad immaginare e giocare partite alla cieca, senza cioè aver bisogno di quella tavola di legno. A 15 anni partecipò al suo primo torneo internazionale a Düsseldorf nel quale si piazzò   4°/5°. Subito dopo riuscì a battere Von Bardeleben, quotato giocatore tedesco dell’epoca, per 5 a 0 in un match individuale. L’anno seguente vinse il campionato russo a San Pietroburgo e nel 1910 affrontò per la prima volta un gruppo di Maestri Internazionali classificandosi 7°/8° ex-aequo con Duz-Chotimirskij. Nel 1911 si classificò  8°/11° al torneo di Karlsbad a pari punti con Tartakover. La sua stella cominciò a brillare nel 1912 quando arrivò 1° al torneo di Stoccolma, bissando poi il successo l’anno successivo al torneo di Scheweningen in Olanda, dove rimase sconfitto solo dal grande Janowski. Il torneo di San Pietroburgo del 1914, al quale parteciparono oltre al campione del mondo in carica Lasker, anche molti dei più quotati Grandi Maestri del tempo, lo consacrò definitivamente a sua volta “Grande Maestro” all’età di 23 anni, avendo ottenuto il 3° posto alle spalle di Lasker e Capablanca, due campioni del mondo. Nello stesso anno al torneo di Mannheim diede conferma delle sue eccezionali doti risultando tra i migliori, vinse infatti contro Breyer, Duras, Tarrasch, Bogoljubov, che figuravano tra i migliori giocatori del tempo.
Allo scoppiò della prima guerra mondiale Aljechin tornò in patria, ma fu giudicato inabile al servizio militare attivo cosicché venne destinato ai servizi sedentari. Tuttavia nel 1916 andò volontario in Galizia, dove si guadagnò, per i suoi lodevoli servizi nel Corpo di Sanità, le decorazioni di San Stanislao e San Giorgio. Durante l’offensiva di Kerenski venne ferito e fu ricoverato all’ospedale di Tarnopol. Terminata la guerra, constatò che la Rivoluzione d’Ottobre lo aveva privato di ogni cosa, non escluso il rango sociale di aristocratico cui apparteneva la sua famiglia. Cominciò allora un periodo assai duro e grigio che gli fece mettere da parte gli scacchi.
Dopo aver tentato vari impieghi, riuscì ad ottenere, grazie alla sua conoscenza delle lingue straniere, un posto in una agenzia pubblicitaria dove conobbe la svizzera Annalisa Ruegg di cui s’innamorò. La sposò il 15 marzo del 1921 e la moglie, che aveva buone conoscenze presso i nuovi governanti, cercò di sistemarlo convenientemente, ma Aljechin ormai deluso, non riconosceva più la sua vecchia Russia, né si ritrovava in quella del nuovo regime e allora con l’aiuto di amici ottenne un visto per Berlino. Subito dopo aver vinto il torneo di Mosca del 1920, prese la strada dell’esilio e benché negli anni successivi tentasse più volte di rientrare non riuscì mai più a rivedere la patria.
Dal 1921 alla morte avvenuta nel 1946, Aljechin si dedicò esclusivamente alla nobile arte degli Scacchi, collezionando una serie impressionante di vittorie. Vinse i tornei di Triberg, Budapest, L’Aia tutti nel ‘21, Hastings nel ‘22, Karlsbad e Portsmouth nel ‘23, Parigi, Berna, Baden-Baden nel ‘25, Hastings, Scarborough, Birmingham nel ‘26, Keckskemet nel ‘27, Bradley Beach nel ‘29. Venne anche in Italia dove stravinse il famoso torneo di San Remo del 1930 con 13 vittorie su 15 partite davanti a giocatori del calibro di Nimzowitsch, Bogoljubov e Rubinstein tutti pretendenti al titolo mondiale. Vinse ancora a Bled nel ‘31 e poi ancora, infaticabile “globe-trotter”, a Londra, Berna, Pasadena, Mexico City nel ‘32, nuovamente Parigi nel ‘33 e Zurigo nel ‘34, e poi Orebroe nel ‘35.
Questa estenuante attività ad altissimo livello, non gli impedì di combattere per il titolo mondiale che strappò al mitico campione in carica il cubano José Raul Capablanca in un fantastico match che si svolse a Buenos Aires nel 1927 con il risultato di  6 vittorie, 3 sconfitte e 25 pareggi. Difese poi il titolo contro Bogoljubov nel ‘29 e ancora nel ‘34. Ma all’Olimpiade scacchistica di Varsavia del ‘35, il campione del mondo apparve stanco ed invecchiato, soprattutto per abuso di alcool e tabacco. In quello stesso anno infatti, perse inaspettatamente il titolo contro l’olandese Max Euwe, un professore di matematica che non aveva fatto degli scacchi una professione, ma praticava il gioco per puro diletto intellettuale. Perse di misura ma perse (8 vittorie, 9 sconfitte, 13 pareggi).
La sorpresa in tutto il mondo fu enorme, ma la sua fama di invincibile e il suo orgoglio ferito lo spronarono a sottoporsi ad una energica cura disintossicante e nel giro di 2 anni, nel 1937 all’Aia riconquistò la corona di Re della scacchiera battendo Euwe con un risultato da grande campione: 10 vittorie, 4 sconfitte, 11 patte.
La sua carriera riprese quindi con vigore: fu ancora 1° a Bad Neuheim, Dresda e Hastings nel ‘37, Margate nel ‘38, Montevideo nel ‘39.
Con lo scoppio della seconda guerra mondiale l’attività scacchistica subì una drastica riduzione in tutto il mondo, malgrado ciò Aljechin vinse ancora i tornei di Salisburgo e Monaco di Baviera nel ‘42, Gijon nel ‘44 e ancora in Spagna a Madrid, Sabadell e Melilla nel ‘45.
Dal 1927 Aljechin aveva preso la cittadinanza francese diventando Monsieur Alekhine ed alla Sorbona aveva conseguito la laurea in Giurisprudenza.
Terminata la guerra fu accusato, di aver parteggiato per il governo collaborazionista filotedesco e come cittadino francese venne chiamato a discolparsi davanti ad una apposita commissione, ma il destino volle che non potesse ottemperare all’ingiunzione poiché il giorno successivo alla convocazione fu trovato morto nella sua camera d’albergo a Estoril presso Lisbona, dove si era recato per l’ennesimo torneo: era il 24 marzo 1946.
Tra un torneo e l’altro non si può dire che avesse tralasciato gli amori e le donne. Si era sposato ben 3 volte: nel ‘20 con una baronessa russa per legittimare la figlia Valentina allora di sette anni; nel ‘21, come già detto, con Annalisa Ruegg, e nel ‘35 con l’americana Grace Wishar che gli sopravvisse di 10 anni.
Il suo Genio scacchistico sconfinato, oltre che nei tornei, rifulse anche nelle partite in simultanea ed in quelle alla cieca. Il suo record  come giocatore alla cieca, senza cioè poter vedere la scacchiera, fu di 28 partite contemporanee ed ebbe luogo a Parigi nel ‘25 con lo strabiliante risultato di 23 partite vinte, 2 perse, 3 patte. Come giocatore di partite in simultanea fu particolarmente attivo non solo in Europa ma anche in America e persino in Giappone.
Il suo amore per gli scacchi lo spinse a scrivere numerosi libri, alcuni di carattere autobiografico, altri sulla storia della vita scacchistica in Russia e successiva Unione Sovietica ed infine sulla storia del suo cammino verso il campionato mondiale.
A questo proposito sarà bene ricordare che tenne lo scettro di Campione del Mondo ininterrottamente dal 1927 al 1946 con la sola parentesi tra il ‘35 e il ‘37 quando lo passò momentaneamente all’olandese Euwe.
Al nome di Aljechin sono legate molte continuazioni e varianti del gioco da lui inventate tra cui spicca l’importante Apertura che ancora oggi porta il suo nome.
Aljechin fu veramente un Grande degli Scacchi; le definizioni che sono state coniate per lui dai suoi avversari sono le più lusinghiere. Lasker campione del mondo agli inizi del 1900, al quale successe poi Capablanca, disse che Aljechin fu il più grande “ genio inventivo” mai esistito. Euwe che ebbe la fortuna di batterlo, lo chiamò il più grande “attaccante” di tutti i tempi; era infatti in grado di sfornare combinazioni a getto continuo; pochi erano in grado di risolvere al primo approccio i problemi che Aljechin gettava continuamente sulla scacchiera nel corso di una partita. Bobby Fischer, suo buon epigono in tutti i sensi, ha scritto di lui, dopo averne studiato le partite, che sapeva concepire costruzioni gigantesche alla stregua di un Wagner degli scacchi; in realtà più ci si addentra nell’analisi del suo gioco più ci si trova davanti a sinfonie scacchistiche di rara beltà e raffinatezza.
Fu il più grande giocatore di scacchi mai vissuto ? Ai posteri l’ardua sentenza!
Come abbiamo visto, a parere di molti grandi scacchisti venuti dopo di lui, fu senz’altro grandissimo e la domanda quindi può sembrare oziosa; nulla è più grande in assoluto, tutto è relativo come sappiamo, non solo nella vita ma anche negli scacchi, sicuramente però egli appartiene allo scelto gruppo, alla casta dei fuoriclasse di tutti i tempi, che si chiamano Morphy, Steinitz, Lasker, Capablanca, Fischer e Kasparov!


Treviglio, novembre 2009








Nazario Menato

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Pubblicato il: 2009-11-06 (626 letture)

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